C’è qualcosa di affascinante nei film di Sofia Coppola.
Li studio attentamente, ma a fatica riesco a comprendere cosa li renda, ai miei occhi, così ammalianti: non solo mi piacciono ma spesso riescono anche a sedurmi e, non appena terminata la visione, si fa forte l’istinto di premere play ancora una volta.
Dopo aver già visto sia “Il giardino delle vergini suicide” (che rientra nei G8) che “Lost in translation”, qualche giorno fa ritrovo me stesso in videoteca per affittare “Marie Antoinette”, terzo (e per ora ultimo) lungometraggio firmato dalla sopraccitata figlia d’arte.
Premetto che di solito non impazzisco per i film ambientati tra gli immensi palazzi reali di sovrani che furono: questa volta però (ed è questo il primo dei suoi meriti) Sofia è riuscita a confezionare un’opera che ha incontrato in pieno i miei favori, tanto che avrei voluto aver il tempo per rivedermela almeno una seconda volta.
Non mi riesce di descrivere il motivo di questo mio personalissimo apprezzamento nei confronti delle opere realizzate dalla regista: è come se condividessimo alcuni piccoli ma essenziali punti di vista sull’esistenza, ed è questo un concetto che vorrei (anche se non credo di riuscirci) render più definito.
E’ come se la sua visione del mondo si sovrapponesse alla mia, riempiendomi di puro piacere ad ogni inquadratura ricercata, ad ogni analisi del personaggio, ad ogni canzone della (mai scontata) colonna sonora.
No, non sono assolutamente un critico1 e vorrei sottolineare la mia totale umiltà nel cercar di descrivere cosa mi incanti nei lavori della Coppola, sempre ricchi di sensibilità, dolcezza e malinconia…
…tre ingredienti che ben s’intonano con il mio essere e che, in Marie Antoinette, s’arricchiscono d’una evidente ricerca del bello, a soddisfare anche l’esteta che è in me.
Ad aumentare il mio piacere si aggiunge il rapporto di collaborazione esistente tra Sofia Coppola e Kirsten Dunst, tanto che potrei tranquillamente azzardare la proporzione: Continue reading ‘Pellicole ammalianti.’


