Le persone che frequento regolarmente nel mio quotidiano sono consapevoli ormai da mesi del mio totale disinteresse nei confronti di (più o meno eventuali) relazioni di coppia da (più o meno eventualmente) intraprendere.
L’opzione del legame sentimentale (solitamente intenso) che intercorre tra uomo e donna non veniva più presa in considerazione da tempo, forse un anno, forse poco più: le motivazioni appartengono a quel denso nucleo di intimità che ognuno di noi custodisce con riservatezza, per questo non verranno qui esplicitate.
Si può condividere comunque il risultato di tali personali riflessioni che, in perfetta intesa, portavano tutte alla già citata conclusione: sereno distacco nei confronti dei rapporti di coppia,
sereno poiché ponderato, valutato, interiorizzato.
Come se la vita a due non fosse il mio habitat naturale,
come se non volessi vivere in cattività.
Nulla è cambiato da questo punto di vista, per mesi e mesi.
Nulla è cambiato da questo punto di vista, fino a quando (di recente) entro in relazione con una persona che, nello stringermi la mano, inconsapevolmente mi porge una serie di motivazioni tali da ridestare un interesse (seppur a tempo determinato) nei confronti dell’eventuale interazione con l’altro sesso.
Oh, cara, l’ho scritto pubblicamente: ora mi raccomando, non mandare in overdose l’autostima.
Frenate gli entusiasmi (e l’overdose d’autostima): ho scritto “interesse a tempo determinato”, eccovene il perché.
Tu nel frattempo puoi continuare a beartene, ché nessuna ci era riuscita per mesi: clap, clap, clap, complimenti.
Le relazioni di coppia nascono da un grande paradosso: una coppia è formata da due entità stabili, che anche singolarmente riescono ad esistere in modo appagante.
Poiché dunque la coppia sia stabile e matura, le due colonne che la formano devono essere a loro volta stabili e mature: fuori dalla metafora possiamo dire che i due partner, ancor prima di conoscersi, devono stare bene (davvero bene) con se stessi.
Devono, nel periodo che precede il cosiddetto “fidanzamento“, riuscire a vivere da single essendo pienamente soddisfatti di questo loro modo di vivere.
Qui ci si pone dunque una domanda, con un che di retorico: se una persona è stabile ed appagata dal rapporto che ha con se stessa, se riesce a viver bene da sola, perché mai dovrebbe iniziare un cammino a due?
No miei cari, il solo sesso (per quanto piacevole sia) non giustifica la scelta.
No miei cari, non ho mai creduto all’assurdità delle due metà della mela, complementari e completanti.
Piuttosto credo che chiunque, prima di (anche solo pensare a) fidanzarsi, dovrebbe essere del tutto soddisfatto della vita che trascorre con se stesso: questo il paradosso che giustifica il titolo del post (“la solitudine non ha significato”).
Perché il requisito fondamentale per il fidanzamento è anche ciò che cancella la necessità di fidanzarsi: ovvero, come già scritto sopra, lo star bene da soli.
E’ quindi come se, nel fare un concorso per il lavoro “xyz”, fosse richiesto come pre-requisito quello di svolgere il lavoro “xyz”: un non-senso illogico che annulla ogni stimolo di partecipare al sopraccitato concorso.
No, neanche la recente conoscenza è riuscita a smuovermi da questo mio - comunque opinabile - punto di vista.
Ho vissuto istanti in cui avrei voluto riprovare l’ebbrezza dei 16 anni: era quello il tempo in cui si pigiava il piede sull’acceleratore,
in cui ci si metteva in gioco a costo di sentirsi sbattere la porta in faccia.
Avrei voluto ritrovare l’ardire delle domande scomode,
avrei voluto la negazione dell’intenzione,
avrei voluto tornare a crederci.
Non ci sono riuscito: neanche per un secondo sono riuscito ad entrare in gioco attivamente, a correre sul campo, fosse anche solo per scivolare e farmi male.
Fosse anche solo per subire un fallo pesante, per tornare in fretta agli spogliatoi, dolorante.
Avrei voluto, anche solo per pochi attimi, rimettermi in gioco come facevo un tempo: ma sono rimasto in panchina, ho fatto un cenno all’allenatrice, ed è stato solo un cenno.
Non sono riuscito a dirle: “Hey, miss, voglio entrare in campo.”
“Hey, miss, vorrei entrare in campo.”
Niente.
L’unica cosa che sono riuscito a comunicare è stata: “Miss, mi sono accorto che lì c’è un campo”.
Ma che io sia nuovamente consapevole dell’esistenza di un campo non sottintende il fatto che mi sia tornata la voglia di giocare e, se avete letto questo post fin qui, avrete capito che la voglia di giocare non mi è tornata.
Non ancora.
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