
Quella che è la Vita senza il prefisso http:// mi ha portato di recente a riflettere su una metafora quanto mai sottovalutata, estensione linguistica che prende origine da quel “tappeto rettangolare, solitamente costituito da materiali resistenti al deterioramento, che si pone davanti alle porte perché chi entra vi si pulisca le scarpe”.
Un oggetto senza dubbio utile ma che, così pare, tende a soffrire di evidenti problemi d’autostima quando lo si valuta a partire dalla sua proiezione nell’immaginario collettivo.
La riflessione origina dal comportamento di alcuni/e amici/che per poi spostare il suo punto focale sul sottoscritto: il che, scritto in parole povere, significa “se pensi che lui/lei si stiano comportando così, chiediti se anche tu abbia mai commesso lo stesso errore e, in caso di risposta affermativa, motivalo in primis di fronte a te stesso”.
Se ancora non avete capito, mi dispiace.
Se pensate di essere tra coloro che hanno originato la riflessione, probabilmente vi state sbagliando (ed in tal caso ancora mi dispiace).
In qualsiasi caso, caro lettore, rasserenati, poiché lo zerbinismo è contagioso e non risparmia nessuno: l’abbiamo sofferto tutti (compreso chi vi scrive) - il problema è riuscire a diventarne immuni dopo il primo ciclo di malattia (sai, quel discorso degli anticorpi).
L’homo zerbinus (indipendentemente dal genere sessuale di appartenenza) è una variante mutagena dell’homo sapiens sapiens: la mutazione è promossa da vari fattori tra i quali spicca, per frequenza ed intensità, l’Amore Affetto non corrisposto.
L’homo sapiens sapiens inizia ad affiancare il potenziale partner camminando in posizione eretta, per poi chinarsi sempre più e (in una sorta di regressione anti-evoluzionistica) tornare allo stadio di homo abilis: se l’Affetto continua a non esser ricambiato, il mutante si spinge oltre la condizione di homo abilis e (con sommo dispiacere del sig. Darwin) regredisce ulteriormente ad homo zerbinus.
A questo punto la domanda è d’obbligo: tale regressione, che tra l’altro deteriora pesantemente l’immagine sociale del fu homo sapiens sapiens, è forse di una qualche utilità?
No.
La mutazione lascia dunque le cose invariate?
Neanche.
Le peggiora?
Esatto (ci si arriva per esclusione: negative le prime due, doveva per forza esser affermativa la terza).
Primo riassunto: due homo sapiens sapiens si incontrano, uno (A) prova Affetto nei confronti dell’altro (B), il quale (B) non corrisponde.
Il soggetto (A) muta e regredisce ad homo zerbinus, peggiorando le cose.
Analizziamo questo primo deprimente risultato: perché le cose peggiorano?
Perché nel comportamento di B c’è un che di non corretto: egli pensa infatti che se un qualcosa (o, nel caso, un qualcuno) sia difficile da ottenere allora quel qualcosa (o qualcuno) sia inspiegabilmente “migliore”.
Viceversa, se un qualcuno è troppo disponibile deve per forza esser lasciato da parte, poiché secondo B “cosa semplice da ottenere è cosa di bassa qualità”.
Questo il paradosso, questa la stupidità (per la rima con qualità, mica per offesa, figuriamoci).
Ragionando secondo quanto sopra descritto, l’homo sapiens sapiens scarterà dunque l’Affetto donatogli dall’homo zerbinus, poiché l’Affetto di quest’ultimo è a portata di mano, a basso prezzo, dunque (secondo B) di bassa lega.
Non so se vi rendete conto dell’assurdità di questo ragionare: il processo mentale “automobile da 30 mila euro ha qualità maggiore di automobile da 8 mila euro” viene traslato pari pari sui sentimenti che intercorrono tra i rapporti umani, portandoci a concludere che “persona per la quale devo spendere poco non è il meglio che io possa ottenere”.
Dove “spendere”, in questo caso, significa “soffrire”.
Vale anche l’affermazione contraria, secondo la quale “persona per la quale devo spendere (soffrire) molto è il meglio che io possa ottenere”.
Secondo riassunto: B trasla il ragionamento auto costosa = auto migliore anche sui rapporti umani, dunque non solo è disposto ma desidera spendere di più per cercarsi il partner.
Solo che qui non basta aprire il portafoglio: bisogna spingersi verso l’autopunizione emotiva - soffrire, appunto, perché questa è la moneta con cui si paga al mercato dei rapporti umani.
(E non c’è diritto di recesso: si ritira l’usato, ma la sofferenza non viene rimborsata con altrettanta serenità).
Il comportamento di B è difficile da modificare, poiché gli/le è stato insegnato fin da piccolo/a che se spende di più ha il meglio: se gli/le chiedete di dirlo a voce alta vi risponderà che non ci crede ma nel subconscio, in fondo, ne è convinto/a.
Più soffro per riuscire a instaurare un rapporto con qualcuno e più quel rapporto, poi, sarà appagante: a questo si crede, anche se non lo si vuole ammettere - e questo, signori miei, è il motivo per cui il comportamento dell’homo zerbinus non è solo inutile, ma addirittura deleterio.
Da esperienze passate in cui ho (seppur temporaneamente) vestito i panni dell’homo zerbinus, sono riuscito a sintetizzare anticorpi che ancora oggi sento attivi e vitali nel loro agire, e grazie a loro ho cambiato il mio modus operandi nell’interazione con il prossimo.
Oggi, a differenza di ieri, cerco l’occasione per inviare in modo maturo e chiaro un segnale di interesse: maturo poiché riservato e pregno di rispetto, chiaro poiché consegnato con occhi che si scrutano l’un l’altro, con il destinatario che allo sguardo allega notifica di lettura del sopraccitato segnale.
Avvenuto ciò, non regredisco più.
Mi faccio da parte, mostrandomi tutto fuorché invadente: nel frattempo continuo a vivermi la Vita, a 360°.
Perché chi cerca l’autopunizione emotiva (v. secondo riassunto) non la troverà di sicuro da queste parti: al corso di stronzaggine non ho mai raggiunto la sufficienza.


