La problematica di fondo non è la frenesia di questo mondo, pur essendo ad essa lievemente correlata: il dramma non è quindi né la corsa né il suo esser priva di sosta - piuttosto, il dramma risiede nell’inutilità di questo correre.
Volendo, si potrebbe dire che la direzione di tutto quest’affanno (se proprio un affanno ci dev’essere) non è delle più corrette.
Guardiamoci intorno: siamo una generazione instabile, sia dal punto di vista affettivo che da quello lavorativo.
Quest’instabilità fastidiosa genera comportamenti irrazionali, desideri autolesionisti quali quello di spingere sempre più a fondo il piede sull’acceleratore.
Siamo precari sul lavoro e, dal lato affettivo, in perenne bilico tra famiglia parentale e fidanzate che ancora non diventano mogli, ma (poiché consapevoli dell’età ormai matura) cerchiamo di giustificare in qualche modo questo nostra mancanza di stabilità.
Così nasce un’infantile competizione implicita, sottile e tra le righe, per cui “sì, il lavoro è quello che é e ancora non ho messo su famiglia, ma lui sta peggio di me”.
Giustifichiamo la nostra condizione puntando (sempre con accenni velati e mai esplicitamente) il dito contro chi, ai nostri occhi, se la passa meno bene.
Ecco che inizia il più puerile dei giochi, dominato da regole davvero prive di senso.
Le regole sono semplici: se il mio vicino corre, io corro più di lui.
La sua ragazza é carina? La mia dev’esser irraggiungibile.
Il suo stipendio é buono? Il mio dev’esser ottimo.
La sua cultura é completa? La mia dev’esser enciclopedica.
Le regole sono semplici: io ho sempre ragione, su questo non si discute.
Le regole sono semplici: io ho sempre ragione, ma tu hai sempre torto.
Sei per il bianco? Qui domina il nero, ed è giusto così.
Sei credente? Qua siamo tutti atei, ed è giusto così.
Sei vergine? Qua siamo tutti dei piccoli Mr. Siffredi, ed è giusto così.
La giustificazione dell’instabilità viene trovata in questa stupida corsa a chi è meglio di chi, sottintendendo che il risultato sia sempre lo stesso: io sono il meglio, e se non ci credi non ti reputo degno delle mie attenzioni.
Poi metto la sesta, e spingo sul pedale per correre ancora più forte.
Qualche riga sopra ho definito tale comportamento autolesionista: spingere un’auto instabile ai 140 Km/h e oltre non è forse autolesionista?
L’instabilità non va risolta con scenografici rigonfiamenti dell’ego, poiché se lo scheletro è instabile la frattura è assicurata.
Quanto vorrei tornare a sentire persone che si scambiano complimenti sinceri, senza poi subito andare spingere sull’acceleratore per il sorpasso.
Quanto vorrei, ma nel frattempo l’unica cosa che posso fare è frenare, dolcemente.
Scalare marcia, lentamente.
In un rallentamento quasi impercettibile, fermarmi.
Poi, a motore spento, trovare un punto di riferimento in qualcosa di puro ed incontaminato.
La politica non ci dà più fiducia.
La religione solleva il vociare del volgo che ancora non riesce a far un distinguo tra persone ed Insegnamenti (Insegnamento?).
Non resta quindi che la Bellezza, la Bellezza di un amico che sorride, del primo fiore che si schiude a Primavera, di una ragazza che ti si addormenta al fianco, di una canzone Emozionante, di un film incantevole, di un buon libro.
La Bellezza: Lei, semplicemente.
Lei che riesce a farci tacere, che sa farci rallentare, che sa farci perdere la cognizione del Tempo trasportandoci in un’Estasi ultraterrena.
Lei nella sua dimensione più Metafisica, Lei nella sua dimensione più Terrena.
Lei sarà il mio ultimo rifugio in questo mondo di inutili competizioni, Lei saprà farmi compagnia anche nel più buio e sporco dei vicoli.
Perché Lei imparerà a fidarsi di me e, con il Tempo, saprà farsi trovare ovunque.
Saprà venirmi incontro ovunque.
E non ci saranno più corse né competizioni, non ci sarà più nessun chiacchiericcio inutile.
Ci sarà il Silenzio ad avvolgerci ed io, perdendomi completamente in Lei, per l’ultima volta chiuderò gli occhi.
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