Entrò nella mia stanza visibilmente scossa, come se si fosse finalmente stancata di voler nascondere la sua instabilità emotiva.
Entrò senza proferir parola, quanto piuttosto aspettando pazientemente un mio gesto, suono, sguardo: era alla disperata ricerca d’un segnale per aprirsi, rivelarsi, rinascere di fronte ai miei (e ai suoi) occhi.
Voltai le spalle alla mia familiare scrivania per osservarle viso e mani: prolungai il mio sguardo per qualche decina di secondi poi, lievemente, le feci un cenno con il capo per comunicarle la mia totale disponibilità all’ascolto.
Mi venne incontro lentamente, singhiozzando qualcosa che a me parve incomprensibile: mi venne incontro lentamente poi, a distanza ravvicinata, affrettò il passo e mi si gettò tra le braccia.
Il mio fu un abbraccio freddo seppur accogliente, dolce ma non soffocante: volevo farle sentire che c’ero senza però invadere i suoi spazi, senza alterare la caducità di quell’attimo così importante.
Continuò a singhiozzare contro il mio petto senza in realtà cedere mai il passo al semplice pianto, senza mai smettere di contrarre il suo corpo in ritmici spasmi: la avvolsi con il mio calore, poi attesi con pazienza il lento attenuarsi di quel temporale estivo.
Mi confidò le sue paure sull’Autunno, mi parlò dell’ennesimo lutto per un’Estate morente: “voglio il tuo corpo per danzare con le foglie scarlatte, perché da sola quella triste danza rapisce il mio respiro privandomi d’ogni stimolo.
Stammi vicino, perché è con te che l’Autunno cambia il suo volto e, da perfido ammonitore, diviene saggio assicuratore d’un futuro accogliente.”
Ora dalle mie labbra un bacio scivola sulla sua fronte,
poi alzo lo sguardo per perdermi nell’orizzonte infuocato:
è l’ultimo tramonto di quest’Estate.
E’ l’ultimo tramonto,
domani sarà l’alba d’un nuovo Autunno.
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